Film, musica e memoria

1948. In un piccolo paese della Calabria, un padre di famiglia con negli occhi il sorriso della speranza abbandona la propria terra d’origine, in cerca di fortuna e felicità.
Un prologo, questo, che ha accomunato il destino di decine di migliaia di emigranti italiani emigrati a seguito di un accordo bilaterale stipulato nel 1946 tra Italia e Belgio, basato su un principio fondamentale: l’invio di 2.000 operai per settimana pari a 2.500 tonnellate di carbone.
La situazione in Belgio al momento della firma del Protocollo con l’Italia era caratterizzata da una grande penuria di operai, specialmente nel settore dell’estrazione del carbone, e dal bisogno impellente di estrarre il minerale dal sottosuolo, condizione necessaria per la ricostruzione economica del paese e per il suo sviluppo.
Quale prezzo ha pagato l’Italia, per del carbone! Il prezzo delle vite di molti e molti uomini, donne e bambini, costretti per fame e necessità a lasciare il proprio paese di origine. Tra di loro, vi era anche il futuro cantante Rocco Granata, le cui vicende biografiche sono diventate il soggetto del film diretto dal regista belga Stijn Conijnx nel 2013, intitolato Marina, in omaggio alla canzone che lo portò al successo e al riscatto sociale.
La pellicola, richiesta dallo stesso Granata, ripercorre i passi di un ragazzo innamorato, dall’infanzia trascorsa tra le calde melodie di un Meridione fortemente legato alla terra, per raggiungere poi il padre, minatore nel Limburgo belga.
Ma le rêveries giovanili si scontrano con la fredda realtà. Un mondo opposto a quello abbandonato, e amaramente rimpianto, fa quindi da sfondo all’adolescenza di Rocco, segnata da emarginazione sociale, debolezze umane, ristrettezze economiche e dalle difficoltà di una lingua sconosciuta. Poi, tra parole scambiate con un compaesano, tra silenzi estremamente eloquenti, tra fredde frasi di un funzionario viene a galla l’aspra verità celata dietro a cartacei accordi transnazionali e alle solenni promesse di una vita migliore fatte da un padre a suo figlio.
È sempre la musica che dà forza al giovane, portandolo anche a contrasti con il padre che, sacrificando se stesso tutti i giorni nei neri cunicoli della miniera belga, di musica non ne vuole proprio sapere. Amore e musica, intrecciati indissolubilmente, fanno intravedere però una nuova luce al giovane: grazie all’aiuto della madre, acquista una fisarmonica presso un commerciante – interpretato dallo stesso Rocco Granata – per partecipare a un concorso. Sarà lui, lasciandogliela sulla fiducia, a permettergli di prendere parte alla competizione e vincerla. Si crea così un interessante cortocircuito tra verità biografica e finzione nel porre faccia a faccia attore e personaggio, le cui esistenze, nel film così come nella vita, sono effettivamente collegate da un filo comune: Matteo Simoni, attore belga che veste i panni del cantante, è egli stesso figlio di italiani emigrati per lavorare in miniera. Recitando questo ruolo, ha la possibilità di riscoprire radici e legami, allentati dal salto generazionale, e una lingua e una cultura di cui rimane traccia nel suo nome.
In un’intervista, Rocco Granata spiega come nel film siano state accentuate le divergenze col padre, che in realtà non erano così aspre. Alla fine, il giovane e talentuoso Rocco, appena arrivato in America, intona un discorso che fa da turning point nei rapporti col padre, che rimane profondamente emozionato dalla dedizione e dalla perseveranza del figlio nell’inseguire il suo sogno.
Talento per la fisarmonica, infatuazione adolescenziale per la ragazza belga Helena, tormento dalla xenofobia che tutta la famiglia deve subire, valori e importanza della famiglia, ma anche il ricordo di una Marcinelle distrutta del terribile incendio divampato l’8 agosto 1956 nella miniera Le Bois du Cazier, sono solo alcuni dei temi di questo film che ha mostrato una realtà in cui a morire e ad essere discriminati erano gli immigrati italiani.

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