«Dai profondi solchi di quella terra ingrata». La voce di Salvatore Adamo.

Fulvio Pezzarossa, docente di Sociologia della Letteratura presso l’Università di Bologna e studioso di letteratura della migrazione, nonché direttore della rivista Scritture Migranti, ci propone il suo abstract:

Le parole del titolo, concludono il primo testo scritto in inglese da un migrante italiano negli U.S.A., Pascal D’Angelo, che rievocava la vita di stenti, trascorsa nelle fatiche manuali di duri lavori, alle prese piuttosto che con la penna e la scrittura, con pick and shovel poetry.
E tuttavia l’istanza profonda di mostrare le capacità proprie e di un’intera comunità migrante, lo trasforma in improvvisato e nuovo intellettuale, dimostrando che «almeno uno di loro era riuscito a emergere dai fossi e dalle sabbie mobili di quel lavoro forzato per dare voce al cuore e gridare il suo messaggio al mondo là fuori».
Le stesse urgenze animano sotto ogni latitudine i testi degli scrittori di migrazione, non solo nella dimensione autobiografica, come le celebri pagine di Raul Rossetti, autore della drammatica testimonianza Schiena di vetro. Memorie di un minatore (Einaudi, 1989), ma altresì in personaggi di seconda generazione, spinti a metaforizzare quella condizione di sradicamento dalla patria e di forzata immersione nelle viscere della terra, a piatire il pane della sopravvivenza, che i genitori avevano subito.
È il caso di un personaggio di rilevo proprio, quale il celebre cantante Salvatore Adamo, del quale è di recente apparso in traduzione italiano un romanzo che trasla, nella dimensione inventiva e nella diegesi fantastica, le ragioni profonde di un riscatto dalla vicenda migratoria della famiglia siciliana e dei tanti compagni d’avventura. Eco non casuale del motivo di D’Angelo, dove la scrittura consente l’uscita dal buio sotterraneo, che significa annullamento della propria identità e sprofondamento mortale della lingua e della cultura d’origine.
La notte… l’attesa (Fazi, 2015) si muove non casualmente in una dimensione paradossale, dove il protagonista, sfumata ma riconoscibile controfigura dell’autore, intraprende il lavoro di becchino, mentre gli amici cercano il distacco dall’obbligato mestiere della miniera. Ne deriva una storia allucinata e grottesca, nella quale i segni e le espressioni dell’invenzione culturale e dell’arte figurativa rinsaldano un discorso collettivo e multietnico, e riscattano l’umiltà imbarazzante di una occupazione che costringe a capovolgere la percezione dominate del mondo, nel rifermento a una forma di narrazione che ha tratti graffianti e trasognati del realismo magico, canale espressivo per subalterni che rivendicano il proprio ed autonomo diritto di parola.

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Intervista a Sandro Rinauro

Abbiamo avuto il piacere di intervistare Sandro Rinauro, professore all’Università di Milano, con tre domande concise che spiegano esaustivamente ciò che volevamo sapere sul suo intervento al convegno di aprile:

 

Quali sono le motivazioni principali di questo disinteresse da parte delle istituzioni italiane in merito ai fatti accaduti a Marcinelle?

Il lungo disinteresse delle istituzioni italiane deriva a mio avviso: a) dalla ubriacatura di ottimismo degli anni del “miracolo economico” circa le sorti economiche e sociali del paese, ciò che induceva naturalmente a dimenticare gli anni duri della Ricostruzione; b) dalla repentina sparizione dalle istituzioni, a seguito di “mani pulite”, della classe dirigente che aveva nel bene e nel male gestito l’emigrazione italiana del dopoguerra; c) dalla ubriacatura di ottimismo degli anni della “Milano da bere” e degli anni Novanta. Anne Morelli, nota storica italo-belga dell’emigrazione in Belgio, a metà degli anni Novanta sollecitò le istituzioni italiane ad un momento pubblico di riflessione sulla tragedia di Marcinelle. Le fu risposto che oramai l’Italia era la sesta potenza economica al mondo e che non aveva alcun interesse a ricordare il suo passato “miserabile”.

 

Secondo lei la reticenza può essere vista come una volontà di negare le proprie colpe passate?

Solo la reticenza degli anni immediatamente successivi a Marcinelle può essere imputata alla volontà di negare le proprie responsabilità in quella tragedia. Nei decenni successivi la reticenza deriva, a mio avviso, da quanto ho ricordato più sopra. Anche perché la classe dirigente italiana ha l’abitudine di dissociare le proprie responsabilità da quanto hanno fatto i governi che l’hanno preceduta, dimostrando uno scarso senso della continuità dello Stato. Insomma, a parte i diretti protagonisti delle politiche migratorie del dopoguerra, il resto della classe dirigente, e specialmente quella all’opposizione, non si è mai sentita responsabile.

 

Cosa ha portato questo improvviso cambio di interesse negli anni 2000?

Il “revival” di memoria pubblica sull’emigrazione italiana e su Marcinelle è di natura molto ambivalente: a) c’è la matrice retorica e sciovinista. Si ricordi, infatti, che la commemorazione nell’8 agosto della “Giornata del sacrificio del lavoro italiano nel mondo” è stata voluta nel 2001 da Mirko Tremaglia, un ex repubblichino nonché dirigente storico dell’ Msi che di emigrazione non aveva alcuna esperienza personale. Nel 1963 si commosse scoprendo che i pochi italiani rimasti in Eritrea ponevano ancora fiori sulla tomba di un soldato italiano colà caduto e sepolto, ossia il padre di Tremaglia. Senza nulla togliere agli effetti positivi di Tremaglia sugli italiani all’estero (il voto politico nelle circoscrizioni elettorali estere, l’impegno delle Regioni per le comunità regionali italiane all’estero), e alla sua lodevole ostilità all’adozione del reato di clandestinità nel 2009, la retorica e l’attività istituzionale più evidente sul sacrificio degli italiani all’estero e su Marcinelle nasce indubbiamente da uno spirito nazionalistico, per non dire sciovinistico. b) E’ soprattutto la consapevolezza di essere divenuti una società multietnica che ha stimolato nell’opinione pubblica e nelle istituzioni uno sguardo al passato migratorio degli italiani, in uno spirito a volte anche di solidarietà verso gli attuali immigrati. In tale senso, molto influente è stato il libro di Gian Antonio Stella, L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi, che, non a caso, apparve poco dopo (2002) che Tremaglia istituì la commemorazione annuale di Marcinelle.

La memoria pubblica dell’incidente di Marcinelle in Italia

In attesa di pubblicare la nostra intervista a Sandro Rinauro, proponiamo un breve abstract del suo prossimo intervento al nostro convegno al Dipartimento di lingue:

Attualmente le iniziative di commemorazione della tragedia di Marcinelle da parte delle istituzioni e delle pubbliche amministrazioni italiane non si contano. Dal 2001 la Presidenza del Consiglio ha istituito la “Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo” che ricorre ogni 8 agosto, in ricordo della tragedia. In quell’occasione le autorità politiche e diplomatiche italiane si ritrovano a Marcinelle, il presidente della Repubblica e i principali ministri emanano messaggi di commemorazione, mentre iniziative analoghe vengono promosse da amministrazioni locali e comunità italiane all’estero. Dai primi anni 2000 molte sono state anche le strade e le piazze italiane dedicate alle “vittime” o ai “caduti” di Marcinelle, nel 2003 la Rai produsse una miniserie televisiva sull’incidente e in seguito vari documentari storici. Eppure ancora in pieni anni Novanta la stampa belga biasimava il disinteresse delle istituzioni italiane per la vicenda e nel 1994 la medesima Rai rifiutò un fortunato documentario in proposito adducendo il fatto che l’Italia, “quinta potenza economica al mondo”, non era “più interessata a questi miserabilistes problemi sull’emigrazione”. La presente relazione tenterà, dunque, di illustrare il progressivo emergere della memoria pubblica della tragedia di Marcinelle e le sue cause.

Seminario con Michele Colucci

In data lunedì 14 marzo 2016 alle ore 13.30, presso Sant’Eufemia in Modena, avrà luogo il seminario Le fonti per lo studio delle migrazioni contemporanee tenuto da Michele Colucci, studioso del fenomeno delle migrazioni.

L’evento si inserisce entro il progetto di ricerca universitario Il posto di chi arriva – Mobilità e inclusione sociale a Modena e nel distretto ceramico negli anni della corsa al benessere, volto allo studio del fenomeno migratorio che ha interessato l’area modenese a partire dagli anni Settanta.

Alleghiamo qui di seguito la locandina dell’incontro.

 

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Le parole illusorie dei manifesti per il reclutamento in miniera

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, iniziarono a comparire presso i comuni italiani dei manifesti rosa in cui venivano informati i futuri minatori sulle mansioni da svolgere in miniera, sul guadagno che avrebbero ricavato dal lavoro stesso e sulle condizioni convenienti per le famiglie, che comprendevano assegni familiari, ferie, premi di natalità, alloggi assicurati e carbone gratuito. Nulla veniva detto sulle procedure del viaggio in treno verso il Belgio che durava tre giorni e tre notti. Arrivati a destinazione, gli alloggiati si trovarono a vivere in ex campi di concentramento, ubicati in baracche di legno e lamiera, e a dormire su letti a castello, materassi di paglia, spesso senza biancheria.

I fogli rosa ben in vista, emessi dalla Federazione Carbonifera belga, annunciavano un invitante appello:

“Approfittate degli speciali vantaggi che il Belgio accorda ai suoi minatori. Il viaggio dall’Italia al Belgio è completamente gratuito per i lavoratori italiani firmatari di un contratto annuale di lavoro per le miniere. Il viaggio dall’Italia al Belgio dura in ferrovia solo 18 ore. Compiute le semplici formalità d’uso, la vostra famiglia potrà raggiungervi in Belgio”.

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