Intervista a Sandro Rinauro

Abbiamo avuto il piacere di intervistare Sandro Rinauro, professore all’Università di Milano, con tre domande concise che spiegano esaustivamente ciò che volevamo sapere sul suo intervento al convegno di aprile:

 

Quali sono le motivazioni principali di questo disinteresse da parte delle istituzioni italiane in merito ai fatti accaduti a Marcinelle?

Il lungo disinteresse delle istituzioni italiane deriva a mio avviso: a) dalla ubriacatura di ottimismo degli anni del “miracolo economico” circa le sorti economiche e sociali del paese, ciò che induceva naturalmente a dimenticare gli anni duri della Ricostruzione; b) dalla repentina sparizione dalle istituzioni, a seguito di “mani pulite”, della classe dirigente che aveva nel bene e nel male gestito l’emigrazione italiana del dopoguerra; c) dalla ubriacatura di ottimismo degli anni della “Milano da bere” e degli anni Novanta. Anne Morelli, nota storica italo-belga dell’emigrazione in Belgio, a metà degli anni Novanta sollecitò le istituzioni italiane ad un momento pubblico di riflessione sulla tragedia di Marcinelle. Le fu risposto che oramai l’Italia era la sesta potenza economica al mondo e che non aveva alcun interesse a ricordare il suo passato “miserabile”.

 

Secondo lei la reticenza può essere vista come una volontà di negare le proprie colpe passate?

Solo la reticenza degli anni immediatamente successivi a Marcinelle può essere imputata alla volontà di negare le proprie responsabilità in quella tragedia. Nei decenni successivi la reticenza deriva, a mio avviso, da quanto ho ricordato più sopra. Anche perché la classe dirigente italiana ha l’abitudine di dissociare le proprie responsabilità da quanto hanno fatto i governi che l’hanno preceduta, dimostrando uno scarso senso della continuità dello Stato. Insomma, a parte i diretti protagonisti delle politiche migratorie del dopoguerra, il resto della classe dirigente, e specialmente quella all’opposizione, non si è mai sentita responsabile.

 

Cosa ha portato questo improvviso cambio di interesse negli anni 2000?

Il “revival” di memoria pubblica sull’emigrazione italiana e su Marcinelle è di natura molto ambivalente: a) c’è la matrice retorica e sciovinista. Si ricordi, infatti, che la commemorazione nell’8 agosto della “Giornata del sacrificio del lavoro italiano nel mondo” è stata voluta nel 2001 da Mirko Tremaglia, un ex repubblichino nonché dirigente storico dell’ Msi che di emigrazione non aveva alcuna esperienza personale. Nel 1963 si commosse scoprendo che i pochi italiani rimasti in Eritrea ponevano ancora fiori sulla tomba di un soldato italiano colà caduto e sepolto, ossia il padre di Tremaglia. Senza nulla togliere agli effetti positivi di Tremaglia sugli italiani all’estero (il voto politico nelle circoscrizioni elettorali estere, l’impegno delle Regioni per le comunità regionali italiane all’estero), e alla sua lodevole ostilità all’adozione del reato di clandestinità nel 2009, la retorica e l’attività istituzionale più evidente sul sacrificio degli italiani all’estero e su Marcinelle nasce indubbiamente da uno spirito nazionalistico, per non dire sciovinistico. b) E’ soprattutto la consapevolezza di essere divenuti una società multietnica che ha stimolato nell’opinione pubblica e nelle istituzioni uno sguardo al passato migratorio degli italiani, in uno spirito a volte anche di solidarietà verso gli attuali immigrati. In tale senso, molto influente è stato il libro di Gian Antonio Stella, L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi, che, non a caso, apparve poco dopo (2002) che Tremaglia istituì la commemorazione annuale di Marcinelle.

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