La pittura di Pierre Kemp

Pierre Kemp, poeta limburghese di cui abbiamo tradotto qualche poesia, iniziò il suo percorso artistico nel mondo della pittura.
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Molto importante era la rappresentazione della natura attraverso il colore. Il colore grigio e cupo delle miniere si, ma anche il colore sgargiante e allegro che la fauna limburghese a volte presentava.

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Questo dipinto rappresenta un primo piano di felci, leggermente scostate sulla sinistra; lasciano spazio ad un campo di grano ed in lontananza, solo sullo sfondo della rappresentazione, Oranje-Nassau, che emana fumi chiari e scuri, simbolo di lavoro costante nella miniera. Kemp collega il suo inizio come pittore allo sviluppo della visione naturale e religiosa dell’uomo e della condizione umana.

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Quest’opera rappresenta San Francesco di spalle che guarda il sole. La rappresentazione della miniera non è una costante quindi nelle opere di Kemp, ma rimane comunque un filo conduttore con riferimenti sociali e anche, come abbiamo constatato, alla sfera religiosa.

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Sonia Salsi: Le donne in miniera tra l’800 e il ‘900 in Europa

“Con questo contributo si intende analizzare, attraverso una selezione di fonti bibliografiche che trattano il lavoro femminile nelle miniere di carbone in Belgio, Italia, Francia, Germania, Scozia ed Inghilterra tra il XVIII e il XIX secolo, il tipo di lavoro svolto dalle donne, il ruolo delle minatrici nel sostenimento economico delle proprie famiglie e, infine, la legislazione per contrastare questo genere di attività.”

Questa è l’introduzione dell’articolo di Sonia Salsi, pubblicato su www.storiaefuturo.eu. Pubblichiamo l’intero contributo qui sotto, dateci un’occhiata!

Storia e Futuro, Le donne in miniera tra l’800 e il ‘900 in Europa,

Foto evento “Minatori di memorie”

Alcuni dei numerosi scatti del nostro evento “Minatori di memorie”

IMG_5684(Sonia Salsi e Marco Prandoni, gli organizzatori dell’evento)

IMG_5688(Sandro Rinauro e Lorenzo Bertucelli)

IMG_5698(Anna Caprarelli e il suo intervento sull’e-migrazione)

IMG_5711(Remo Perrotti intento a parlare del docufilm Mamma Irma)

IMG_5715(La felicità di Sonia Salsi nel vedere che l’evento era arrivato anche sul giornale)

IMG_5736(Discussione fra Filippo Biagianti, regista del docufilm Musi Neri, e Simona Brunetti)

Jeanloup Sieff e la fotografia per “Réalités”

Jeanloup Sieff, fotografo di fama internazionale, famoso per i suoi scatti di nudo femminile, collaboratore presso l’agenzia Magnum, viene ricordato anche per il suo reportage per “Réalités” nelle miniere del Borinage, dove fotografa minatori belgi impegnati negli scioperi. Questo servizio lo renderà famoso, e non solo, gli verrà anche assegnato il Prix Niepce.

Ecco alcuni dei suoi scatti presso il Borinage:

 

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(Jeanloup Sieff, Borinage, 1959)

 

Terra mia, Teresa d’Intino

Teresa d’Intino ha vissuto il fenomeno dell’emigrazione sulla sua pelle, e ha deciso di scriverne diventanto un delle maggior esponenti della produzione italofona della letteratura dell’emigrazione. Aveva gia iniziato a scrivere nel suo paese d’origine e non ha mai abbandonato la sua lingua madre, dando così ai suoi scritti un senso di perdita e disappartenenza che spesso sconforta gli autori migranti. Terra mia è una di quelle poesie legate al lontano ricordo della propria terra natia:

TERRA MIA

Son la terra
il seme
la speranza
il raccolto.

Son l’alba
il buio
la notte
profonda.

Son l’uomo
assetato
di luce
d’amore.

Aspetto
i germogli
per vivere
ancora.

Teresa d’Intino, Terra mia,
stampato in proprio a Monceau sur Sambre, Belgio, 1981

Mamma Irma!

<<Nei giorni successivi alla morte di mia madre, mi sono reso conto che un’epoca è stata sepolta per sempre>>: sono queste le parole pronunciate all’inizio del film dalla voce fuori campo del regista, che suonano quasi come una “dichiarazione di poetica” di Mamma Irma: è proprio il passaggio generazionale, secondo dinamiche già note al contesto minerario dell’area Limburghese, che fa sorgere in Remo Perrotti, nato in Belgio da una famiglia di emigrati italiani, la volontà e l’esigenza di scavare in un passato condiviso da migliaia di persone, e in tale rievocazione di mettere in questione la propria identità.
Le scene iniziali sono tanto forti quanto personali. Vengono mostrate, infatti, le riprese del funerale della madre, le quali creano uno stretto legame con il tema affrontato: così come la memoria è selettiva e non lineare, alternantesi con attimi di oblio, e ha spesso bisogno di spunti per far sì che le immagini del passato riaffiorino, allo stesso modo la cerimonia funebre accompagna l’intero film intersecandosi con esso rapsodicamente. Il filo conduttore di questo docu-film dal carattere ibrido – in cui riprese di taglio documentaristico incentrate sul modello dell’intervista si alternano a fotografie, documenti e perfino da un inserto radiofonico risalente al periodo della migrazione italiana – è proprio quello del ricordo. La reminiscenza del passato è affidata alla figura centrale del film: Antonio Magistro, cantante, ex minatore e vera e propria “icona” della cittadina di Meulenberg. È soprattutto con lui, ultima persona ancora in vita appartenente alla prima generazione di italiani emigrati, che Remo interagisce, divenendo portavoce e testimone di un’epoca che si sta disgregando: le domande che il regista gli pone, spesso calate nella quotidianità, mettono in luce le varie sfumature del fenomeno migratorio iniziato negli anni ’40, e con esso ritornano in vita i sogni, le speranze, le sofferenze, i dolori, i rimorsi; questi sono sì racchiusi nella figura di Antonio ma, come appare chiaramente dalla “notte italiana” presso il Casino Cultuurcentrum di Houthalen, essi sono propri di un’intera generazione, di un microcosmo che nella musica, nelle tradizioni, nel cibo e nella lingua mantiene viva la propria identità. Tuttavia, <<Cosa succede quando qualcosa sta scomparendo?>>, chiede la voce fuori campo del regista, <<Cosa succede con la prima generazione come Antonio Magistro che ha 90 anni?>>; queste domande fanno subito saltare all’occhio come tale scomparsa sia accompagnata da un progressivo indebolimento del novantenne, mostrato ora in ospedale, ora costretto in casa necessitante di assistenza.
Quello dell’identità, d’altra parte, è l’altro, più personale, nucleo tematico del film. Esso, caratterizzato dalla coincidenza di stampo autobiografico tra autore/narratore, attore e personaggio, mette in rilievo la figura del regista stesso. Remo è il testimone del passaggio generazionale, il ramo di un albero le cui radici affondano nella cultura italiana e le cui fronde si protendono nel contesto belga. Rilevanti alla veicolazione di tale messaggio sono in particolare due elementi: le scene in cui è girato di spalle, posto al centro di due torri minerarie, guardando indietro al passato, le quali sia creano un legame con la realtà dei minatori emigrati sia sottolineano il binomio che egli rappresenta; le voci fuori campo: la prima, in italiano, crea anteriorità temporale e quindi lega questa lingua al passato e, soprattutto, al ricordo e alla rievocazione di esso, la seconda, in fiammingo, inscrive la cultura belga nella posteriorità, nel proseguimento di quelle radici che passano attraverso il regista. Molto importante inoltre, da ricordare, è l’omaggio alla madre Irma, il suo nome sembra comparire solamente nel titolo del docufilm, ma continua a comparire il ricordo durante tutta la ripresa, con spezzoni del funerale. Remo Perrotti dedica il film a tutti coloro che hanno lavorato o hanno vissuto l’esperienza della miniera, ma come dice Antonio Magistro “La mamma è sempre la mamma”, e il regista è ben riuscito nel suo intento, cioè commemorare la morte della madre, che fa parte della prima generazione degli emigrati in Belgio.

Lisa Visani Bianchini; Cristian Cuzzola; Caio do Nacimiento Barreto