La pittura di Pierre Kemp

Pierre Kemp, poeta limburghese di cui abbiamo tradotto qualche poesia, iniziò il suo percorso artistico nel mondo della pittura.
003

Molto importante era la rappresentazione della natura attraverso il colore. Il colore grigio e cupo delle miniere si, ma anche il colore sgargiante e allegro che la fauna limburghese a volte presentava.

004

Questo dipinto rappresenta un primo piano di felci, leggermente scostate sulla sinistra; lasciano spazio ad un campo di grano ed in lontananza, solo sullo sfondo della rappresentazione, Oranje-Nassau, che emana fumi chiari e scuri, simbolo di lavoro costante nella miniera. Kemp collega il suo inizio come pittore allo sviluppo della visione naturale e religiosa dell’uomo e della condizione umana.

005

Quest’opera rappresenta San Francesco di spalle che guarda il sole. La rappresentazione della miniera non è una costante quindi nelle opere di Kemp, ma rimane comunque un filo conduttore con riferimenti sociali e anche, come abbiamo constatato, alla sfera religiosa.

Sonia Salsi: Le donne in miniera tra l’800 e il ‘900 in Europa

“Con questo contributo si intende analizzare, attraverso una selezione di fonti bibliografiche che trattano il lavoro femminile nelle miniere di carbone in Belgio, Italia, Francia, Germania, Scozia ed Inghilterra tra il XVIII e il XIX secolo, il tipo di lavoro svolto dalle donne, il ruolo delle minatrici nel sostenimento economico delle proprie famiglie e, infine, la legislazione per contrastare questo genere di attività.”

Questa è l’introduzione dell’articolo di Sonia Salsi, pubblicato su www.storiaefuturo.eu. Pubblichiamo l’intero contributo qui sotto, dateci un’occhiata!

Storia e Futuro, Le donne in miniera tra l’800 e il ‘900 in Europa,

Foto evento “Minatori di memorie”

Alcuni dei numerosi scatti del nostro evento “Minatori di memorie”

IMG_5684(Sonia Salsi e Marco Prandoni, gli organizzatori dell’evento)

IMG_5688(Sandro Rinauro e Lorenzo Bertucelli)

IMG_5698(Anna Caprarelli e il suo intervento sull’e-migrazione)

IMG_5711(Remo Perrotti intento a parlare del docufilm Mamma Irma)

IMG_5715(La felicità di Sonia Salsi nel vedere che l’evento era arrivato anche sul giornale)

IMG_5736(Discussione fra Filippo Biagianti, regista del docufilm Musi Neri, e Simona Brunetti)

Jeanloup Sieff e la fotografia per “Réalités”

Jeanloup Sieff, fotografo di fama internazionale, famoso per i suoi scatti di nudo femminile, collaboratore presso l’agenzia Magnum, viene ricordato anche per il suo reportage per “Réalités” nelle miniere del Borinage, dove fotografa minatori belgi impegnati negli scioperi. Questo servizio lo renderà famoso, e non solo, gli verrà anche assegnato il Prix Niepce.

Ecco alcuni dei suoi scatti presso il Borinage:

 

CNMKf

nP2Gp

e90b11d91ab110ea567a4364487db4f1

gF8UC

T8Fcv

(Jeanloup Sieff, Borinage, 1959)

 

Terra mia, Teresa d’Intino

Teresa d’Intino ha vissuto il fenomeno dell’emigrazione sulla sua pelle, e ha deciso di scriverne diventanto un delle maggior esponenti della produzione italofona della letteratura dell’emigrazione. Aveva gia iniziato a scrivere nel suo paese d’origine e non ha mai abbandonato la sua lingua madre, dando così ai suoi scritti un senso di perdita e disappartenenza che spesso sconforta gli autori migranti. Terra mia è una di quelle poesie legate al lontano ricordo della propria terra natia:

TERRA MIA

Son la terra
il seme
la speranza
il raccolto.

Son l’alba
il buio
la notte
profonda.

Son l’uomo
assetato
di luce
d’amore.

Aspetto
i germogli
per vivere
ancora.

Teresa d’Intino, Terra mia,
stampato in proprio a Monceau sur Sambre, Belgio, 1981

Mamma Irma!

<<Nei giorni successivi alla morte di mia madre, mi sono reso conto che un’epoca è stata sepolta per sempre>>: sono queste le parole pronunciate all’inizio del film dalla voce fuori campo del regista, che suonano quasi come una “dichiarazione di poetica” di Mamma Irma: è proprio il passaggio generazionale, secondo dinamiche già note al contesto minerario dell’area Limburghese, che fa sorgere in Remo Perrotti, nato in Belgio da una famiglia di emigrati italiani, la volontà e l’esigenza di scavare in un passato condiviso da migliaia di persone, e in tale rievocazione di mettere in questione la propria identità.
Le scene iniziali sono tanto forti quanto personali. Vengono mostrate, infatti, le riprese del funerale della madre, le quali creano uno stretto legame con il tema affrontato: così come la memoria è selettiva e non lineare, alternantesi con attimi di oblio, e ha spesso bisogno di spunti per far sì che le immagini del passato riaffiorino, allo stesso modo la cerimonia funebre accompagna l’intero film intersecandosi con esso rapsodicamente. Il filo conduttore di questo docu-film dal carattere ibrido – in cui riprese di taglio documentaristico incentrate sul modello dell’intervista si alternano a fotografie, documenti e perfino da un inserto radiofonico risalente al periodo della migrazione italiana – è proprio quello del ricordo. La reminiscenza del passato è affidata alla figura centrale del film: Antonio Magistro, cantante, ex minatore e vera e propria “icona” della cittadina di Meulenberg. È soprattutto con lui, ultima persona ancora in vita appartenente alla prima generazione di italiani emigrati, che Remo interagisce, divenendo portavoce e testimone di un’epoca che si sta disgregando: le domande che il regista gli pone, spesso calate nella quotidianità, mettono in luce le varie sfumature del fenomeno migratorio iniziato negli anni ’40, e con esso ritornano in vita i sogni, le speranze, le sofferenze, i dolori, i rimorsi; questi sono sì racchiusi nella figura di Antonio ma, come appare chiaramente dalla “notte italiana” presso il Casino Cultuurcentrum di Houthalen, essi sono propri di un’intera generazione, di un microcosmo che nella musica, nelle tradizioni, nel cibo e nella lingua mantiene viva la propria identità. Tuttavia, <<Cosa succede quando qualcosa sta scomparendo?>>, chiede la voce fuori campo del regista, <<Cosa succede con la prima generazione come Antonio Magistro che ha 90 anni?>>; queste domande fanno subito saltare all’occhio come tale scomparsa sia accompagnata da un progressivo indebolimento del novantenne, mostrato ora in ospedale, ora costretto in casa necessitante di assistenza.
Quello dell’identità, d’altra parte, è l’altro, più personale, nucleo tematico del film. Esso, caratterizzato dalla coincidenza di stampo autobiografico tra autore/narratore, attore e personaggio, mette in rilievo la figura del regista stesso. Remo è il testimone del passaggio generazionale, il ramo di un albero le cui radici affondano nella cultura italiana e le cui fronde si protendono nel contesto belga. Rilevanti alla veicolazione di tale messaggio sono in particolare due elementi: le scene in cui è girato di spalle, posto al centro di due torri minerarie, guardando indietro al passato, le quali sia creano un legame con la realtà dei minatori emigrati sia sottolineano il binomio che egli rappresenta; le voci fuori campo: la prima, in italiano, crea anteriorità temporale e quindi lega questa lingua al passato e, soprattutto, al ricordo e alla rievocazione di esso, la seconda, in fiammingo, inscrive la cultura belga nella posteriorità, nel proseguimento di quelle radici che passano attraverso il regista. Molto importante inoltre, da ricordare, è l’omaggio alla madre Irma, il suo nome sembra comparire solamente nel titolo del docufilm, ma continua a comparire il ricordo durante tutta la ripresa, con spezzoni del funerale. Remo Perrotti dedica il film a tutti coloro che hanno lavorato o hanno vissuto l’esperienza della miniera, ma come dice Antonio Magistro “La mamma è sempre la mamma”, e il regista è ben riuscito nel suo intento, cioè commemorare la morte della madre, che fa parte della prima generazione degli emigrati in Belgio.

Lisa Visani Bianchini; Cristian Cuzzola; Caio do Nacimiento Barreto

Wa Make – Don Luca

“Vlaamse Hip Hop met een Genks accent, oftewel poëzie in Cité Stijl.”

“Hip Hop Fiammingo con accento di Genk, o poesia in stile Cité”. Ecco come si definisce Gianluca Nobile, in arte Don Luca sul suo sito internet. Don Luca non ha perso tempo a farsi conoscere sempre di più anche fuori dal Limburgo; collaborazioni con vari personaggi televisivi, comparse sui canali tv, membro del team Marmelade Productions, la sua fama ha preso piede in poco tempo. Con canzoni quali “Wa Make?” (Cosa fai?), la cui clip è stata prodotta dal regista Remo Perrotti, ha dimostrato di essere un rapper riflessivo e divertente, togliendosi di dosso i soliti stereotipi del mondo del rap.

Ascoltatela e diteci cosa ne pensate!

 

Germinal, l’opera nera. E no

Nel suo articolo, pubblicato il 21 gennaio 2016 sul Corriere della Sera, Pietro Citati analizza Germinal, celebre romanzo di Émile Zola in cui il lavoro in miniera assume tratti “oscuri”, mortiferi, spesso estremizzati e quasi patologici. In rapporto con essa, inghiottito da quel “mostro” grigio, l’uomo perde ogni tratto di umanità, assume connotati animaleschi, è «un moscerino preso tra due pagine di un libro». Ma la miniera non è solo il luogo in cui migliaia di persone rischiano quotidianamente la vita per guadagnarsi il pane, sottostando a soprusi sociali e lavorativi perpetrati da quei “borghesi” che gestiscono l’impianto di Montsou, è qualcosa di più: è il simbolo della condizione umana, della vita stessa.

 

 

Émile Zola è lo scrittore più popolare della Francia: alla fine del Ventesimo secolo, le collezioni di tascabili hanno venduto venticinque milioni di copie dei suoi romanzi. Nel nostro Paese, invece, Zola è poco letto e poco amato; ed è dunque molto proficua la recente edizione dei Meridiani, che pubblica nove romanzi in tre volumi. Da poco sono usciti Germinal, La terra, La bestia umana, curati in modo eccellente da Pierluigi Pellini e tradotti da Giovanni Bogliolo, Donata Feroldi e Dario Gibelli. Zola cominciò a scrivere Germinal, il più famoso e forse il più bello dei suoi romanzi, nell’aprile 1884, dopo aver studiato la questione mineraria, e dopo un viaggio a Valenciennes, il principale modello di Montsou, dove si concentrano le vicende del libro. Un anno più tardi lo pubblicò in quarantamila esemplari: una tiratura alta anche oggi.
In primo luogo, Germinal è un libro nero. La pianura nuda è dominata da una notte senza stelle, illuminata dai rari fuochi azzurri degli altiforni e da quelli rossi dei forni a coke: essa è spazzata da una tramontana gelida con grandi soffi che si succedono regolari come colpi di falce; oppure bagnata dalla pioggia che scende lenta, cancellando ogni cosa in fondo al suo monotono picchiettio. La notte seppellisce la terra come un sudario. Si moltiplica nel cuore della miniera, ispessita dalla polvere di carbone sospesa nell’aria, e appesantita dai gas che gravano sugli occhi dei minatori. Sentiamo un rumore sordo, che sembra provenire dalle viscere della terra, e che nasce dallo sfiatatoio della grande pompa: un respiro lungo, greve, incessante, simile all’ansimare strozzato del mondo. Tutto, la notte, la miniera, il respiro dello sfiatatoio, è tenebra; e questa tenebra non è un’assenza di colore, ma, come diceva Huysmans, il colore supremo, la molteplicità di tutti i colori, che occupa in modo stabile la mente di Zola.
La miniera è accucciata in fondo a un avvallamento: con edifici tozzi di mattoni e una ciminiera alta trenta metri, ritta come un cono minaccioso. Il suo aspetto è malvagio: sembra una bestia ingorda, un mostro accoccolato per divorare la gente. Zola si sforza di descriverla: insiste, ripete, insiste ancora, fallisce; finché, secondo la profonda inclinazione della sua natura, parla, con una specie di religioso tremore, di un «tabernacolo», in cui si nasconde, accucciato e satollo, il dio al quale tutti i minatori e tutti gli uomini offrono la propria carne.
Questo dio è inanimato: è una cosa nella sua essenza profonda: ma subito diventa animalesco; il pozzo inghiotte gli uomini a bocconi di venti o trenta per volta, e li manda giù per la gola, come se non li sentisse nemmeno passare. Ciò che è animalesco diventa umano: i cavalli, che stanno chiusi in fondo alla miniera e non risalgono mai alla luce, rivedono con la mente il mulino dove sono nati, continuamente battuto dal vento, e fanno inutili sforzi per ricordare l’infanzia. Intanto la pompa della miniera continua a soffiare con lo stesso respiro lungo e greve: il respiro di un orco umano che nulla può saziare.
Passando dal simbolo alla realtà, Zola descrive gli uomini che affollano la pianura di Montsou. Essi non sono, in realtà, uomini, ma insetti o spettri. In fondo alla miniera, si agitano forme fantomatiche, lasciando intravedere un’anca, un braccio nodoso, una faccia rabbiosa, imbrattata di polvere di carbone come per commettere meglio un delitto. Essi sudano: ansimano: le giunture dei corpi scricchiolano, ma senza un lamento, con l’indifferenza dell’abitudine, come se vivere così piegati fosse il destino comune di tutti gli uomini. Si spogliano: scavano la roccia: si intridono di fanghiglia nera fino al capo; come talpe in fondo a una tana, sotto il peso della terra, senza più fiato nei corpi arroventati.
Quando la Compagnia mineraria aggrava le loro condizioni di vita, i minatori entrano in sciopero. I borghesi trovano divertente lo sciopero: ma, in fondo alla loro allegria forzata, c’è una sorda paura, tradita da occhiate involontarie. Sul piazzale della miniera grava un pesante silenzio: quella di Montsou è una fabbrica morta: i grandi cantieri sono vuoti; nel cielo di dicembre, tre o quattro vagoni abbandonati hanno la muta tristezza delle cose dimenticate. In questo momento, alla tradizionale disciplina dei minatori si aggiunge un orgoglio da soldati: gente fiera del proprio mestiere, che dalla lotta quotidiana contro la morte ha appreso l’esaltazione del sacrificio.
Tra i minatori di Montsou, giungono estranei. Étienne Lantier, che viene dalla città, appare in altri volumi dei Rougon-Macquart, il grande ciclo di Zola. Egli non tollera i doni della Compagnia: detesta i borghesi: non vuole farsi ridurre come una bestia accecata e schiacciata; ma immagina una rigenerazione universale di popoli senza una goccia di sangue. Suvarin è un anarchico, che viene da Pietroburgo. «Piantatela – grida – con la vostra evoluzione! Appiccate il fuoco ai quattro angoli della terra, sterminate i popoli, radete al suolo tutto quanto. Quando non resterà più niente di questo mondo, allora forse ne nascerà uno migliore. Lo volete capire? Bisogna distruggere tutto. Sì, l’anarchia. Più niente. La terra lavata dal sangue, purificata dall’incendio…!».
Lo sciopero si estende e diventa violento. Quando i minatori arrivano al pozzo di Gaston-Marie, duemilacinquecento forsennati spaccano e spazzano via tutto, con la forza impetuosa di un torrente in piena. Ribaltano i fornelli, svuotano le caldaie, devastano gli edifici. Si gettano sopra la pompa, come se fosse una persona a cui vogliono togliere la vita: la massacrano a colpi di mattoni e sbarre di ferro. Allora l’acqua comincia a sgorgare. Quando esce completamente, un ultimo gorgoglio sembra il singulto di un agonizzante. Lo sciopero dura due mesi. La rabbia, la fame, le scorribande trasformano i placidi volti dei minatori di Montsou in fauci di bestie feroci. I raggi del sole al tramonto insanguinano la pianura. Il nero del libro diventa rosso, scarlatto, accrescendo la propria violenza tenebrosa. I minatori si chiudono in casa, in preda alla fame e alla ostinazione passiva. La loro forza cieca divora sé stessa.
Intanto Suvarin è sempre più assorbito in un’idea fissa, che sembra brillare come un chiodo d’acciaio in fondo ai suoi occhi chiari. Egli sabota la miniera. Poi si allontana senza guardarsi alle spalle nella notte tenebrosa: con la sua aria tranquilla, va verso lo sterminio, dovunque ci sia dinamite per far saltare uomini e città.
Sottoterra, scorre il Torrente, un mare inesplicato, con le sue tempeste e i suoi naufragi, che agita i propri flutti neri a trecento metri dalla luce del sole. La miniera si riempie d’acqua. La grande pompa ansimante non riesce a smaltirla. Il rivestimento del pozzo si stacca. In alto si sente una serie di sorde detonazioni: tavole di legno si fendono e si schiantano in mezzo al continuo e crescente frastuono del diluvio. Si sentono bruschi rimbombi: rumori irregolari di cadute profonde, seguiti da lunghi silenzi. La ferita della miniera si allarga: la frana, cominciata in basso, si avvicina alla superficie. Una prima scossa fa tremare il terreno, seguita da una seconda. Da quel momento il suolo non smette di tremare: un susseguirsi di scosse, cedimenti sotterranei, boati di vulcani, e infine un’ultima convulsione. L’alta ciminiera crolla in blocco, bevuta dalla terra come un cero colossale. Tutta la miniera sprofonda in un lago d’acqua melmosa: mentre i cavalli, chiusi nelle stalle sotterranee, impazziscono con nitriti furibondi.
Nel pozzo rimane Étienne, insieme a una ragazza, Catherine Maheu, che egli ama di un amore contrastato. La lampada si spezza. Sopra di loro, scende la notte assoluta. Entrambi accusano ronzii alle orecchie: sentono i rintocchi furiosi di una campana a martello, il galoppo interminabile di una mandria sotto un rovescio di grandine. Étienne avvinghia Catherine e la possiede: «Quella fu finalmente la loro notte di nozze, in fondo a quella tomba, su quel letto di melma, per l’ostinato bisogno di vivere un’ultima volta». Catherine muore. Étienne viene salvato e portato in alto, alla luce del sole. Come i grandi romanzi romantici, Germinal conosce il proprio senso ultimo nella fusione di Eros e Thanatos, amore e morte.
Il titolo del bellissimo libro indica il settimo mese, Germinal, nel calendario della rivoluzione francese: dal marzo all’aprile. Al tempo stesso, annuncia il ritorno e la vittoria della primavera: la nascita, la vita, la germinazione. Tutte le cose germinano: anche ciò che è morto, o non è mai esistito: persino Catherine annegata in fondo al pozzo; eppure esse sono nere, come l’eterna notte senza stelle che apre il romanzo. I libri di Zola sono sempre così: realistici e onirici, razionali e mistici, riuniscono disperatamente e trionfalmente gli estremi dell’universo.

 

Miners in the snow

miners-in-the-snow-winter-1882 acquarello 7x10 amestrdamn24

Dopo una violenta esplosione nella miniera di Framiers, che provoca più di cento morti, Vincent van Gogh vuole fare di tutto per essere d’aiuto. Nonostante i primi soccorsi, la solidarietà e l’impegno messo dall’artista per migliorare le condizioni di lavoro, sembra che egli riesca a comunicare il peso della loro sofferenza in modo completo solo attraverso l’arte. Ed ecco che nasce il paesaggio pieno di nero e grigio, il carbone, i pozzi, le ciminiere e i lavoratori spossati che si prendono una pausa.

«Sto lavorando di nuovo a un acquerello di mogli di minatori che portano sacchi di carbone sulla neve» scrisse Van Gogh a Theo i primi di novembre 1882.
                                                                        .
Minatori nella neve d’inverno infatti non fu l’unico dipinto a rappresentare la fatica del lavoro nelle miniere. Sette donne curve sotto al peso dei sacchi con residui ancora utilizzabili di carbone che arrancano lentamente nella neve; ecco un’immagine che Vincent van Gogh deve aver visto e sucessivamente rappresentato in Donne che portano sacchi di carbone (Museo Kröller-Müller – Otterlo).

donne con sacchi di carbone otterlo kroller muller museum 23