Mamma Irma!

<<Nei giorni successivi alla morte di mia madre, mi sono reso conto che un’epoca è stata sepolta per sempre>>: sono queste le parole pronunciate all’inizio del film dalla voce fuori campo del regista, che suonano quasi come una “dichiarazione di poetica” di Mamma Irma: è proprio il passaggio generazionale, secondo dinamiche già note al contesto minerario dell’area Limburghese, che fa sorgere in Remo Perrotti, nato in Belgio da una famiglia di emigrati italiani, la volontà e l’esigenza di scavare in un passato condiviso da migliaia di persone, e in tale rievocazione di mettere in questione la propria identità.
Le scene iniziali sono tanto forti quanto personali. Vengono mostrate, infatti, le riprese del funerale della madre, le quali creano uno stretto legame con il tema affrontato: così come la memoria è selettiva e non lineare, alternantesi con attimi di oblio, e ha spesso bisogno di spunti per far sì che le immagini del passato riaffiorino, allo stesso modo la cerimonia funebre accompagna l’intero film intersecandosi con esso rapsodicamente. Il filo conduttore di questo docu-film dal carattere ibrido – in cui riprese di taglio documentaristico incentrate sul modello dell’intervista si alternano a fotografie, documenti e perfino da un inserto radiofonico risalente al periodo della migrazione italiana – è proprio quello del ricordo. La reminiscenza del passato è affidata alla figura centrale del film: Antonio Magistro, cantante, ex minatore e vera e propria “icona” della cittadina di Meulenberg. È soprattutto con lui, ultima persona ancora in vita appartenente alla prima generazione di italiani emigrati, che Remo interagisce, divenendo portavoce e testimone di un’epoca che si sta disgregando: le domande che il regista gli pone, spesso calate nella quotidianità, mettono in luce le varie sfumature del fenomeno migratorio iniziato negli anni ’40, e con esso ritornano in vita i sogni, le speranze, le sofferenze, i dolori, i rimorsi; questi sono sì racchiusi nella figura di Antonio ma, come appare chiaramente dalla “notte italiana” presso il Casino Cultuurcentrum di Houthalen, essi sono propri di un’intera generazione, di un microcosmo che nella musica, nelle tradizioni, nel cibo e nella lingua mantiene viva la propria identità. Tuttavia, <<Cosa succede quando qualcosa sta scomparendo?>>, chiede la voce fuori campo del regista, <<Cosa succede con la prima generazione come Antonio Magistro che ha 90 anni?>>; queste domande fanno subito saltare all’occhio come tale scomparsa sia accompagnata da un progressivo indebolimento del novantenne, mostrato ora in ospedale, ora costretto in casa necessitante di assistenza.
Quello dell’identità, d’altra parte, è l’altro, più personale, nucleo tematico del film. Esso, caratterizzato dalla coincidenza di stampo autobiografico tra autore/narratore, attore e personaggio, mette in rilievo la figura del regista stesso. Remo è il testimone del passaggio generazionale, il ramo di un albero le cui radici affondano nella cultura italiana e le cui fronde si protendono nel contesto belga. Rilevanti alla veicolazione di tale messaggio sono in particolare due elementi: le scene in cui è girato di spalle, posto al centro di due torri minerarie, guardando indietro al passato, le quali sia creano un legame con la realtà dei minatori emigrati sia sottolineano il binomio che egli rappresenta; le voci fuori campo: la prima, in italiano, crea anteriorità temporale e quindi lega questa lingua al passato e, soprattutto, al ricordo e alla rievocazione di esso, la seconda, in fiammingo, inscrive la cultura belga nella posteriorità, nel proseguimento di quelle radici che passano attraverso il regista. Molto importante inoltre, da ricordare, è l’omaggio alla madre Irma, il suo nome sembra comparire solamente nel titolo del docufilm, ma continua a comparire il ricordo durante tutta la ripresa, con spezzoni del funerale. Remo Perrotti dedica il film a tutti coloro che hanno lavorato o hanno vissuto l’esperienza della miniera, ma come dice Antonio Magistro “La mamma è sempre la mamma”, e il regista è ben riuscito nel suo intento, cioè commemorare la morte della madre, che fa parte della prima generazione degli emigrati in Belgio.

Lisa Visani Bianchini; Cristian Cuzzola; Caio do Nacimiento Barreto

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