Dinddra di Girolamo Santocono: impasti linguistici nell’universo delle seconde generazioni di emigrati italiani in Belgio

Catia Nannoni, Professoressa associata presso il Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Moderne dell’Università di Bologna, ci presenta il suo abstract per il prossimo convegno Minatori di memorie che si terrà giovedì 11 e venerdì 12 Aprile presso il Dipartimento di Lingue a Bologna:

Il secondo romanzo di Santocono, Dinddra (1998), benché sviluppi una storia totalmente di finzione, può essere e di fatto è stato percepito in continuità col precedente, il notissimo Rue des Italiens (1986), saga familiare di ispirazione ampiamente autobiografica incentrata sull’immigrazione italiana del secondo dopoguerra nelle zone minerarie della Vallonia. Se, come è stato rilevato, questo secondo libro non ha potuto contare sull’ “effet de surprise” del primo, ha nondimeno ritrovato, in Belgio, la simpatia del pubblico che aveva accolto Rue des Italiens. Dinddra prosegue l’esplorazione dell’universo Rital attraverso la storia di Pino, un giovane di seconda generazione che matura il sogno di una nuova partenza, accarezzando per un momento l’idea di uscire dal rassicurante nucleo comunitario (il dinddra, appunto, il “dentro” siciliano) per conoscere il fora e vivere una vita sua in un altrove scelto autonomamente, senza raccogliere la pesante eredità di una patria- non patria imposta dai genitori emigrati dalla Sicilia. Questo romanzo, che sposta l’attenzione sul problema identitario delle seconde generazioni, riproduce nei dialoghi la lingua festosa e colorata di Rue des Italiens, i suoi incontri di lingue, dialetti e registri diversi, anche se non vi si ritrova la verve di quelle scene del primo romanzo in cui s’intessevano conversazioni spassosissime tra locutori linguisticamente distanti, ma messi in contatto dal contesto migratorio. Questa comune condizione di mistilinguismo in Dinddra è tuttavia oggetto di una maggiore consapevolezza, che si rispecchia in ricorrenti riflessioni metalinguistiche, da cui emerge che la lingua che Pino parla in famiglia è “un sabir de sicilien et de wallon” che sarebbe completamente incomprensibile in Italia, il che gli sottrae anche quel tenue filo che potrebbe ricollegarlo alla patria dei genitori e gli ricorda, al tempo stesso, ogni giorno la sua condizione di straniero in Belgio. Tutta la lingua dispiegata nei dialoghi può dirsi attraversata dalla contaminazione e dalla sovrapposizione tra idiomi diversi, e caratterizzata dalla volontà di accorciare le distanze per comunicare, di ignorare le singole identità e appartenenze per dialogare in una lingua composita ed eteroclita, mai uguale a se stessa, continuamente reinventata per essere all’altezza delle situazioni che si presentano: un vero e proprio sabir, insomma.
Se la fama di Rue des Italiens è arrivata in Italia, creando le condizioni per una traduzione italiana (sebbene dall’esito discutibile), di Dinddra è giunta un’eco molto più affievolita, nonostante l’attualità della tematica anche per il nostro paese. Riferirò brevemente di un progetto di traduzione nato in seno alla stessa casa editrice italiana che si è occupata del primo romanzo, un progetto più maturo e consapevole bloccato sul nascere per ragioni intrinseche ed estrinseche, il quale ad oggi non si è ancora realizzato, ma che, se perseguito, potrebbe portare con sé anche un recupero e un’auspicabile ritraduzione del primo romanzo.

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Locandina Provvisoria

Come accennato in precedenza giovedì 11 e venerdì 12 Aprile si svolgerà la terza edizione del convegno “Minatori di memorie”.
Quest’anno il plurilinguismo sarà protagonista attraverso interventi mirati alla sociolinguistica, alla letteratura e alla traduzione con esperti già conosciuti in precedenza, ma anche con tanti nuovi ospiti da Italia, Belgio e Olanda, appartenenti a diverse generazioni. Il convegno viene inoltre organizzato in collaborazione con il museo minerario Sulphur a Perticara, che verrà visitato nella giornata di venerdì.

Qui la bozza del programma di aprile:

 

Foto dell’evento

Dopo queste due bellissime giornate culturali penso sia doveroso ringraziare tutti gli ospiti e non per aver partecipato in modo attivo al convegno.

Pubblico qualche scatto fatto da me nell’arco dei due giorni, spero vi possano piacere e magari anche far sorridere un po’.

Vi saluto tutti molto calorosamente.

Penso di parlare anche a nome di Marco Prandoni e Sonia Salsi se vi dico:
GRAZIE!

 

 

 

 

Alessandro Idonea e
Francesco Viola

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Franco Paris ed Io

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Marco Prandoni
Sonia Salsi e
Fabio Caramaschi

 

 

 

 

 

 

Wiel Kusters
che parla delle sue poesie

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Herman Van der Heide

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Franco Paris

 

 

 

 

 

 

Chiara Beltrami traduce
Wiel Kusters e  Franco Paris

 

 

 

 

 

 

Pierpaolo all’opera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Anna Caprarelli
Alessandro Idonea e
Franco Paris

 

 

 

 

 

Wiel Kusters
Herman Van der Heide
Franco Paris

 

 

 

Wiel Kusters e Herman
intenti in un discorso
molto filosofico

 

 

 

 

 

il Professor Prandoni
non sembra convinto…

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Daniela Tasca
Anna Caprarelli
Sonia Salsi ed
Alessandro Idonea
(beato fra le donne)

 

 

 

 

 

 

L’artista della giornata:

Pierpaolo

 

Angolo poesia

Altre tre poesie di Wiel Kusters tradotte in modo impeccabile da Francesca ed Eleonora, studentesse dell’Università di Lingue di Bologna:

L’arrivo di Luth & co.

Tua madre camminava su piedi neri per il corridoio.
Era sporco, un uomo vi aveva
trascinato dei sacchi, per dopo,
poi venne il freddo.

Tuo padre veniva su alluci bianchi dalla miniera.
Il sangue bianco di tua madre. Il tappetino
rivelava: la casa è pulita, nessuna polvere
se non a volte nel tuo sogno.

Da Hoofden (1981)

la polvere di cui le casalinghe
si lamentavano (scendeva
sui davanzali e sul bucato
in giardino)

c’era anche col bel tempo
nera agli angoli
dei suoi occhi
prova che veniva da profondità
nei pressi di casa

Da Een oor aan de grond (1978)


Mantoux

Graffi sul mio braccio:
test per la tubercolosi. Una suora
bianca con un pennino. Io
un ragazzino con un livido,
rosso dal prurito, i miei polmoni
sulla lastra di sette o sei anni.

Puntura sotto la pelle:
il test di Mantoux. La soldatessa
con un ago. Io soldato
con un livido, rosso dal prurito,
i miei polmoni di diciannove, vent’anni
più valoroso che mai. Sopra
di noi in casa abitava mio
nonno con la sua silicosi. La silicosi
aumenta il rischio
di sviluppare tubercolosi, leggo
quarant’anni dopo, con un livido che prude
su ogni avambraccio,
spuntato spontaneamente, come se
il mio corpo parlasse con il mio corpo
di chi sono e di chi era
quell’altro che, quasi restasse nella distanza
più remota, non poteva avvicinarsi al nonno
per ascoltarlo, per respirarlo.

Da Bewaarmachinist (2011)